Cosa sta succedendo a Israele? Tra fratture interne e diritto internazionale sotto attacco

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Negli ultimi mesi, Israele sta attraversando una fase di tensione che non riguarda soltanto la sicurezza o il conflitto esterno, ma la tenuta stessa dei principi giuridici su cui si fonda. La frattura interna tra un’area laica e liberaldemocratica e una componente politico-istituzionale sempre più radicale si è ampliata fino a ribaltare completamente il rapporto tra Stato di diritto e uso della forza.

La legge approvata il 30 marzo 2026 dalla Knesset, che introduce la pena di morte per i palestinesi condannati per attacchi mortali, rappresenta un passaggio storico e sostanziale. Non si tratta solo della reintroduzione di una misura estrema, ma della sua applicazione in un contesto giuridico differenziato, che secondo diverse organizzazioni per i diritti umani rischia di configurare una giustizia selettiva.

I settori laici e democratici della società israeliana — inclusi esponenti della magistratura, accademici e movimenti civici — leggono questa scelta come una rottura con gli standard internazionali e con il principio di uguaglianza davanti alla legge. Dall’altra parte, il governo e le forze più radicali la presentano come una risposta necessaria in un contesto di minaccia permanente.

È qui si inserisce il nodo più critico: la progressiva normalizzazione di eccezioni giuridiche in nome della sicurezza. Il diritto internazionale umanitario, che dovrebbe rappresentare un limite anche nelle situazioni di conflitto, sembra sempre più spesso aggirato o reinterpretato. Questo non riguarda soltanto Israele. Anche i gruppi armati legati al cosiddetto “asse della resistenza” — da Hamas a Hezbollah — sono stati ripetutamente accusati di attacchi indiscriminati contro civili, utilizzo di infrastrutture civili a fini militari e altre violazioni gravi che rientrano nella categoria dei crimini di guerra. Ma come si sa i nodi rimangono nodi e prima o poi arrivano al pettine. E fanno male.

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Il risultato è una spirale in cui le violazioni reciproche finiscono per alimentarsi a vicenda, erodendo progressivamente lo spazio del diritto. In questo contesto, il termine “impuniti”, utilizzato da alcuni osservatori, descrive una percezione sempre più diffusa: quella di un sistema in cui responsabilità e sanzioni non sono applicate in modo uniforme, né all’interno né all’esterno dei confini israeliani.

La legge sulla pena di morte diventa così più di una misura penale: è un segnale politico che riflette una trasformazione più ampia, in cui la sicurezza tende a prevalere su garanzie giuridiche consolidate. Una sorta di vendetta, un ingranaggio mortale in cui rischiano di finire incastrati anche persone del tutto innocenti.

La domanda che attanaglia tutti, che va oltre Israele e riguarda l’intero sistema internazionale è: cosa accade quando il diritto smette di essere un limite condiviso e diventa uno strumento variabile, adattato alle esigenze del momento?

In questa zona grigia, sempre più estesa, si gioca non solo il futuro di due popoli con gli stessi diritti, ma la credibilità stessa delle regole che dovrebbero governare i conflitti contemporanei. E noi in quanto osservatori speciali, a volte preoccupati solo della forma delle cose e raramente della sostanza, dovremo iniziare davvero a chiederci che cosa ne è stato del mondo che sino a 5 anni fa era profondamente diverso da quello in cui viviamo oggi.

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