La Sardegna è davvero immune dalla mafia? I segnali che non possiamo più permetterci di ignorare

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Per anni abbiamo ripetuto che la Sardegna fosse diversa. Un’isola lontana dalle grandi organizzazioni mafiose, estranea alle logiche di Cosa Nostra, della ‘Ndrangheta e della Camorra. Un luogo in cui la criminalità organizzata non trovava terreno fertile. Ma ecco cosa accade quando un luogo comune resiste più a lungo dei fatti.

Dando un’occhiata alle più recenti relazioni della Direzione Investigativa Antimafia e della Direzione Nazionale Antimafia viene descritta una realtà molto più complessa. La Sardegna non è una terra controllata dalle mafie come accade altrove in Italia, ma rappresenta ormai un territorio d’interesse per le organizzazioni criminali, soprattutto per il traffico internazionale di stupefacenti, il riciclaggio di denaro e gli investimenti nell’economia legale. Differenza sì, ma non rassicurante. Le mafie contemporanee non hanno bisogno di imporre il pizzo per esercitare il proprio potere: entrano nel mercato, acquisiscono attività economiche, infiltrano gli appalti e trasformano il denaro illecito in ricchezza apparentemente pulita.

Le cronache recenti hanno confermato questa tendenza, soprattutto nel nord dell’isola. Tra atti intimidatori e vere e proprie regolazioni dei conti, rapporti tra gruppi criminali sardi e organizzazioni della penisola. La posizione geografica della Sardegna, al centro del Mediterraneo occidentale e vicina alla Corsica e alla Spagna, rappresenta un vantaggio logistico anche per le reti criminali, che guardano sempre più all’isola come a un punto strategico per movimentare capitali e stupefacenti.

Abbiamo contribuito a far nascere un equivoco pericoloso. Molti continuano a cercare la mafia del passato: uomini armati, intimidazioni plateali, controllo militare del territorio. Ma la mafia del 2026 assomiglia molto meno ai film e molto più a un consiglio d’amministrazione. Si presenta con società immobiliari, supermercati, imprese edili, investimenti turistici, prestanome e professionisti insospettabili. Non è più un affare rumoroso, ma si confonde con il tessuto sociale e si fonde ad esso..

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Un fenomeno che trova terreno fertile in un’isola, la nostra, che vive profonde fragilità economiche. Lo spopolamento dei piccoli centri, la crisi di numerose imprese, la difficoltà di accesso al credito e il peso crescente del turismo rendono alcune realtà particolarmente vulnerabili all’arrivo di capitali di provenienza illecita. Dove il mercato fatica a respirare, il denaro criminale trova spesso porte socchiuse.

A questo scenario si aggiunge una questione che negli ultimi mesi ha acceso il dibattito politico: il progressivo trasferimento di detenuti sottoposti al regime del 41-bis nelle carceri di Uta, Bancali e Badu ‘e Carros. Secondo i dati illustrati dalla Regione, i posti destinati al carcere duro dovrebbero passare da 192 a circa 240, trasformando l’isola in uno dei principali poli nazionali per i detenuti di massima sicurezza. I primi trasferimenti sono già stati avviati questa estate.

Su questo tema è necessario evitare sia il negazionismo sia l’allarmismo. Il 41-bis nasce proprio per impedire ai boss mafiosi di mantenere contatti con le rispettive organizzazioni criminali, e nessun detenuto trasferito “porta la mafia” con sé automaticamente. Tuttavia le preoccupazioni espresse da numerosi sindaci e dagli operatori del settore riguardano un altro aspetto: la possibile concentrazione, nel tempo, di familiari, professionisti, reti di supporto e interessi economici attorno agli istituti penitenziari. È un rischio che merita di essere affrontato con serietà e senza slogan.

La storia italiana insegna che le mafie difficilmente arrivano annunciandosi. Si radicano dove trovano convenienza economica, silenzi, sottovalutazione e una società convinta che il problema riguardi sempre qualcun altro. Per decenni anche molte regioni del Nord si sono considerate immuni, salvo poi scoprire, attraverso decine di processi e comuni sciolti per infiltrazioni mafiose, quanto fosse costato ignorare i primi segnali.

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La Sardegna ha ancora un vantaggio prezioso: non combatte una mafia radicata, ma può impedire che questo accada. Farlo significa investire nella trasparenza degli appalti, sostenere le imprese sane, rafforzare gli strumenti investigativi e, soprattutto, smettere di rifugiarsi nel mito rassicurante dell’isola immune.

Perché la criminalità organizzata non conquista un territorio nel giorno in cui arriva il primo boss. Lo conquista quando una comunità smette di riconoscere i segnali del cambiamento. E la domanda che dovremmo porci non è se la mafia esista già in Sardegna, ma se saremo abbastanza lucidi da impedirle di sentirsi davvero a casa.

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