Dal Canada alla Sicilia: come i media raccontano (male) le vite trans

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La copertura mediatica di recenti eventi tragici ravvicinati che coinvolgono persone trans* mostra ancora una volta difetti narrativi strutturali e una comunicazione pericolosa, spesso impregnata di transfobia, sospetto e cancellazione delle identità transgender. Da un lato la strage di Tumbler Ridge, in Canada, compiuta da una giovane ragazza trans di diciotto anni; dall’altro il suicidio di una ragazza trans di 14 anni a Ragusa, in Sicilia. Due fatti profondamente diversi, ma accomunati dalla lente distorta con cui vengono raccontati, una lente carica di pregiudizi che rischia di deformare ulteriormente la percezione pubblica delle vite trans*, oggi più che mai sotto attacco.

La sparatoria di Tumbler Ridge

L’11 febbraio Jesse Van Rootselaar, 18 anni, ha aperto il fuoco in una scuola secondaria, causando la morte di almeno nove persone prima di togliersi la vita. È la sparatoria scolastica più grave in Canada dagli anni ’80 e ha riaperto un dibattito profondo su armi, prevenzione e salute mentale. 

Eppure, parte dei media italiani e dell’area conservatrice ha immediatamente enfatizzato l’identità transgender dell’autrice, trasformandola in chiave interpretativa dell’evento. Ma essere una persona trans non equivale ad avere disturbi mentali né a essere inclini alla violenza. Se Jesse avesse avuto davvero fragilità psicologiche, il punto da sollevare dovrebbe essere l’accesso ai servizi di supporto e le falle del sistema, non la sua identità di genere. 

Un elemento assolutamente non secondario ma finora poco approfondito è che Jesse aveva lasciato la scuola anni prima. Numerose ricerche mostrano che gli ambienti scolastici possono essere ostili per le persone LGBTQ+: tra il 70 e l’80% degli studenti LGBTQ+ nel mondo dichiara di aver subito molestie verbali o fisiche e molti percepiscono la scuola come un luogo non sicuro proprio a causa della propria identità. Questo non giustifica la violenza, ma segnala un problema strutturale che meriterebbe analisi più serie rispetto alla morbosa insistenza sulla sua identità di genere.

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Transicidio di Stato a Ragusa 

Il 9 febbraio, a Ragusa, una ragazza trans di 14 anni si è tolta la vita. La notizia è stata riportata dal Corriere di Ragusa, che l’ha descritta misgenderandola (misgendering = forma di violenza transfobica per cui ci si riferisce ad una persona trans con i pronomi sbagliati) e definendola “un ragazzo”. Un’identità negata anche dopo la morte, a cui seguirà una tomba dove non ci sarà il suo nome, bensì quella identità che le è stata cucita addosso da un contesto familiare e sociale profondamente repressivi. 

Anche il sindaco di Vittoria ha parlato di “scelte di vita del ragazzo”, perpetuando il misgendering e la falsa narrazione secondo cui l’identità trans sarebbe una decisione, una “scelta” appunto. In questo contesto, parlare di transicidio di Stato non è un’esagerazione: significa riconoscere che quando le istituzioni non tutelano, non nominano correttamente, non raccolgono dati sui crimini d’odio legati all’identità di genere e non garantiscono strumenti concreti di sensibilizzazione, contribuiscono a creare una vulnerabilità strutturale. 

A Vittoria come in Canada, la narrazione mediatica oscilla tra strumentalizzazione e cancellazione. Ma le cause non sono identitarie: sono sociali, culturali e politiche. E chi fa informazione, soprattutto in un paese in cui –stando agli ultimi dati raccolti da TGEU– sono 281 le persone trans* morte per transfobia, ha la responsabilità di come i fatti vengono raccontati.

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