Il Board of Peace di Trump: 17 miliardi promessi, ma a Gaza non è ancora partito nulla
Quando Donald Trump presentò il Board of Peace a Davos il 22 gennaio 2026, lo descrisse come lo strumento che avrebbe guidato il cessate il fuoco e la ricostruzione di Gaza. Ma il progetto suscitò polemiche ancora prima di diventare operativo. La Carta dell’organismo prevede infatti che gli Stati che contribuiscono con oltre un miliardo di dollari ottengano uno status privilegiato e una permanenza più stabile all’interno del Board. Per i critici, un meccanismo che lega il peso politico alla capacità finanziaria e che rende il Board più simile a un club di grandi finanziatori che a una tradizionale organizzazione multilaterale.
La prima riunione si è tenuta il 19 febbraio a Washington. In quell’occasione Trump annunciò 10 miliardi di dollari dagli Stati Uniti e altri 7 miliardi da nove Paesi, presentando il Board come l’alternativa a un sistema internazionale giudicato inefficace. Tra le figure chiave emerse subito Tony Blair, indicato come uno degli architetti politici dell’iniziativa.
Cinque mesi dopo, però, il bilancio appare ben diverso dalle promesse. Nel rapporto diffuso a maggio, lo stesso Board ha ammesso che il divario tra i fondi annunciati e quelli effettivamente disponibili deve essere colmato con urgenza. Il fondo predisposto con la Banca Mondiale non ha ancora ricevuto versamenti significativi, nonostante circa 17 miliardi di dollari siano stati promessi pubblicamente.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Gaza resta devastata, nessun grande contratto di ricostruzione risulta assegnato e i principali progetti infrastrutturali non sono partiti. L’Indonesia ha sospeso i programmi collegati al Board, mentre l’UE continua a considerare impraticabile un coinvolgimento pieno senza un percorso credibile verso la nascita di uno Stato palestinese.
Lo stallo ha alimentato nuove critiche sulla natura stessa del progetto. Fin dalla sua nascita il Board è stato accusato di voler costruire una struttura parallela alle Nazioni Unite, fortemente concentrata attorno alla leadership di Trump e al peso dei grandi finanziatori. Nelle ultime settimane si è tornato a parlare di un ruolo ancora più centrale per Tony Blair nel tentativo di rilanciare un organismo che fatica a produrre risultati concreti.
Resta però una domanda che va oltre le polemiche politiche. Il Board of Peace era nato per accelerare la ricostruzione di Gaza e dimostrare che un organismo guidato dagli Stati Uniti potesse ottenere risultati più rapidi delle strutture multilaterali esistenti. Finora, però, i miliardi promessi non si sono trasformati in cantieri e Gaza continua a essere un cumulo di macerie. Per un progetto nato per cambiare il Medio Oriente, è un bilancio difficile da ignorare.
(in copertina immagine © Daniela Noel)


