Bachisio Bandinu e la Sardegna che aveva paura di dimenticare sé stessa

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Ci sono intellettuali che raccontano il proprio tempo e altri che riescono a raccontare l’anima di un popolo. Con la scomparsa di Bachisio Bandinu, avvenuta il 23 giugno all’età di 87 anni, la Sardegna perde una delle voci più autorevoli, lucide e scomode della sua storia contemporanea. Antropologo, giornalista, scrittore e direttore de L’Unione Sarda tra il 1999 e il 2001, Bandinu ha dedicato la propria vita a osservare e interpretare le trasformazioni profonde dell’isola. Non si è limitato a studiare la Sardegna: l’ha interrogata, spesso mettendone in luce contraddizioni e fragilità che molti preferivano ignorare.

Per comprendere l’importanza delle sue opere bisogna partire dalla domanda che attraversa gran parte dei suoi scritti: cosa accade a un popolo quando la modernità arriva più velocemente della consapevolezza?


Nei suoi lavori più celebri, da “Il re è un feticcio” a “Costa Smeralda. Come nasce una favola turistica”, Bandinu ha analizzato il passaggio dalla civiltà agropastorale alla società dei consumi come un vero trauma culturale. Non condannava il progresso e non idealizzava il passato ma, piuttosto, metteva in guardia contro il rischio di accettare modelli economici e culturali importati dall’esterno senza sviluppare una coscienza critica.

La sua analisi della nascita della Costa Smeralda resta ancora oggi sorprendentemente attuale. Dietro il successo turistico, Bandinu vedeva il pericolo di una Sardegna raccontata da altri e per altri, trasformata in cartolina esotica e privata della propria complessità. Una terra ridotta a scenario, mentre chi la abitava rischiava di perdere il rapporto con la propria storia e persino con il proprio territorio. Una vicenda che ci troviamo ad affrontare anche oggi come abitanti della nostra terra.

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Cuore del suo pensiero era la lingua sarda. Per Bandinu non era folklore, né semplice patrimonio linguistico. Era una visione del mondo. La progressiva scomparsa del sardo rappresentava, ai suoi occhi, la perdita di un modo unico di pensare, di costruire relazioni e di interpretare la realtà. Per questo difese con forza il bilinguismo nelle scuole e combatté quella che definiva una sorta di “vergogna linguistica”, il sentimento che per decenni ha spinto molte famiglie a rinunciare alla propria lingua nel tentativo di apparire più moderne.

In un’epoca come quella che stiamo vivendo molte delle sue riflessioni appaiono oggi persino più attuali di quando furono formulate. La Sardegna contemporanea continua infatti a confrontarsi con gli stessi interrogativi: come attrarre sviluppo senza perdere identità? Come aprirsi al mondo senza diventare una periferia culturale? Come valorizzare la propria lingua senza rinchiudersi nel passato?

Per noi, probabilmente, è proprio questa la più grande eredità lasciata da Bachisio Bandinu. Non una serie di risposte definitive, ma la capacità di porre le domande giuste.

La sua voce ci ricorda che il vero progresso non consiste nel dimenticare chi siamo, ma nel sapere chi siamo mentre cambiamo. E forse il modo migliore per ricordarlo non è celebrare il suo passato, ma continuare a interrogarci sul nostro futuro. Perché una comunità perde
davvero la propria identità proprio quando smette di farsi domande sulle proprie radici culturali.

(in copertina immagine CC BY-SA 4.0 Pietro lavena

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