A guardarle da lontano, Spagna e Italia sembrano specchiarsi nelle acque dello stesso mare. Non è solo una questione di vicinanza geografica, ma di un’anima mediterranea condivisa che si riflette in economie storicamente affannate, alti debiti pubblici, la piaga del precariato giovanile e una cronica, quasi fisiologica, instabilità politica. Eppure, proprio partendo da questo identico spartito, Madrid e Roma stanno suonando melodie opposte. Il primo strappo si consuma dove i numeri dovrebbero imporre fredda razionalità: l’economia. Di fronte a problemi simili, i due Paesi hanno scelto strade divergenti. Mentre l’Italia di Giorgia Meloni si muove lungo i binari di una prudenza fiscale tradizionale, frenata da una stagnazione trentennale dei salari, la Spagna di Pedro Sánchez ha scommesso sul dinamismo. Pur governando sul filo del rasoio di una maggioranza frammentata e logorata dai patti con gli indipendentisti catalani, Sánchez, attraverso riforme del lavoro coraggiose che hanno aggredito la precarietà e innalzato il salario minimo, ha riattivato i consumi interni, trasformandosi nella locomotiva economica dell’Eurozona grazie alla capacità di attrarre investimenti soprattutto sulla transizione green sostenibile.
Ma la vera faglia, quella profonda, si apre quando si va oltre i decimali del PIL per toccare l’anima culturale dei due popoli. Entrambe le nazioni affondano le radici in un imponente retaggio cattolico che per secoli ne ha scandito la morale e i costumi. Tuttavia, la risposta a questa eredità è antitetica. La Spagna contemporanea sembra voler accelerare l’emancipazione dal proprio passato, mentre l’Italia fatica a sciogliere i nodi di una tradizione che si fa dogma politico.
Questa distanza è diventata abissale specialmente nella gestione dei diritti riproduttivi. A Madrid, la volontà di inserire il diritto all’aborto in Costituzione non è solo un atto formale, ma una trincea laica per proteggerlo dalle alterazioni delle destre. La volontà di Sánchez di blindare la Carta Magna si è snodata attraverso un percorso istituzionale rigoroso: avviato con le prime linee guida nell’autunno del 2025, l’iter ha superato il vaglio del Consiglio di Stato, per poi concretizzarsi nell’approvazione del progetto di riforma in Consiglio dei Ministri. Un iter che punta a modificare l’articolo 43 per imporre ai poteri pubblici di garantire l’interruzione volontaria di gravidanza in condizioni di uguaglianza reale ed effettiva. Il testo esclude esplicitamente ogni pressione ideologica e la somministrazione di informazioni prive di base scientifica, riconoscendo validi solo i dati dell’OMS.
L’Italia si muove invece in esatta controtendenza, logorando la Legge 194 dall’interno. Qui il diritto non viene cancellato, ma reso farraginoso: le percentuali di medici obiettori superano il 70% in molte regioni, trasformando l’accesso all’interruzione di gravidanza in un percorso a ostacoli territoriale. Ma soprattutto, mentre la Spagna blinda le strutture pubbliche dalle interferenze ideologiche, i recenti provvedimenti italiani aprono le porte dei consultori alle associazioni antiabortiste, istituzionalizzando una narrazione di dissuasione e colpevolizzazione.
Questo parallelismo ci svela che Spagna e Italia affrontano la medesima crisi di futuro, ma con risposte speculari: da un lato la modernizzazione sociale come motore di sviluppo, dall’altro la difesa dell’identità come scudo contro il cambiamento.
(in copertina immagine CC BY-SA 4.0 Lula Oficial)


