India, identità sotto processo: la nuova legge contro le persone trans*

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In India, a fine marzo 2026, il Parlamento ha approvato il Transgender Persons Amendment Bill, una legge che segna un passo indietro per i diritti delle persone transgender, eliminando il principio di self-identification introdotto nel 2019 e sostituendolo con rigide procedure. Firmata dalla presidente Murmu, questa norma richiede ora certificazioni mediche e procedure patologizzanti, restringendo la definizione di “persona transgender” a chi ha subito interventi di riassegnazione o soddisfa criteri specifici. Immaginate il peso di dover giustificare la propria essenza davanti a estranei, in un paese dove la comunità trans* ha lottato per decenni per un riconoscimento.

Quella che doveva essere una correzione alle “lacune” della legge del 2019 si è trasformata in un muro contro l’autodeterminazione. Prima, una persona trans* poteva affermare la propria identità con maggiore semplicità, senza umiliazioni; ora le persone transgender, non-binary e le comunità storiche come quella delle Hijra, pilastri culturali dell’India, rischiano di essere escluse, ridotte a categorie mediche e controllate dallo Stato. È un cambiamento che non solo complica l’accesso a documenti, lavoro e servizi, ma ferisce profondamente l’anima di chi ha già subito discriminazioni, violenze e emarginazione per tutta la vita. Pensate alle hijra, custodi di riti antichi: già emarginate dal colonialismo che le criminalizzò, ora rischiano di diventare invisibili agli occhi della legge che dovrebbe proteggerle.

Le reazioni sono state immediate: proteste nazionali hanno invaso le strade di Delhi, Mumbai, Pune, Bengaluru e Kolkata, con migliaia di manifestanti che si sono riuniti in piazze simbolo, alzando striscioni e voci in coro. Campagne online come #RejectTransBill2026 hanno amplificato il grido, con attivisti LGBTQ+ che denunciano la violazione della privacy, della dignità e dei diritti umani fondamentali, evocando paure di sterilizzazioni forzate e abusi medici. A Mumbai, emozioni crude hanno travolto i raduni: lacrime, canti e appelli per una società inclusiva. Queste non sono solo dimostrazioni: sono un urlo collettivo di chi si sente tradito da uno Stato che prometteva progresso ma impone catene.

Sul fronte istituzionale, il dissenso è altrettanto forte e autorevole. Un comitato consultivo della Corte Suprema, presieduto dalla giudice Asha Menon, ha esortato il governo a ritirare la legge, evidenziando il contrasto con la sentenza della National Legal Services Authority (NALSA) e la totale mancanza di consultazioni con la comunità trans*.

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Il 5 aprile, l’attivista Laxmi Narayan Tripathi, icona della lotta per i diritti trans* in India, ha depositato un ricorso alla Corte Suprema, contestando la costituzionalità della legge per discriminazione e intrusione eccessiva. L’opposizione politica, dall’Indian National Congress (INC) al Nationalist Congress Party (NCP), l’ha definita “draconiana”, mentre l’ONU ha espresso preoccupazione per le restrizioni che minano l’autonomia personale. Anche figure come il rapper Hanumankind hanno usato la loro piattaforma per sensibilizzare.

Questa vicenda si intreccia con le storie di resilienza di persone che, nonostante le difficoltà, continuano a marciare per il riconoscimento che meritano. Mentre il ricorso alla Corte Suprema rimane pendente, l’India si trova a un bivio: tra un passato di conquiste pionieristiche e un futuro incerto. Per le persone trans*, ogni giorno è una protesta silenziosa contro l’invisibilità; per il paese invece è un invito a riscoprire l’empatia che rende una nazione davvero civile.

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