Il nuovo decreto sicurezza del governo Meloni riapre il dibattito sulla responsabilità dei minorenni. E mette in evidenza una contraddizione con le restrizioni introdotte sull’educazione sessuo-affettiva nelle scuole.
Il 20 ottobre 2026, dopo le manifestazioni contro il carovita e gli scontri registrati in diverse città italiane, il Consiglio dei ministri ha approvato un nuovo decreto sicurezza, entrato in vigore il 23 ottobre. Tra le misure più discusse, una riguarda direttamente gli adolescenti: dai 14 anni la capacità di intendere e di volere viene presunta fino a prova contraria.
Non significa che prima i quattordicenni non potessero essere processati. La responsabilità penale esisteva già, ma il giudice doveva accertarne la maturità caso per caso. Con il decreto-legge n. 190/2026 questa valutazione cambia: la capacità viene presunta, salvo che emergano elementi contrari. Il provvedimento estende inoltre ai minorenni l’arresto in flagranza differita per determinati reati.
Misure presentate dal governo come strumenti per contrastare la criminalità minorile e le violenze durante le manifestazioni. Ma il confronto con un’altra recente scelta legislativa solleva un interrogativo: perché riconoscere agli adolescenti una maggiore responsabilità davanti alla giustizia, mentre l’accesso a determinati percorsi educativi resta subordinato all’autorizzazione familiare?
A giugno, infatti, il Parlamento ha approvato la legge n. 104/2026, promossa dal ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara, che introduce il consenso informato preventivo dei genitori per specifiche attività scolastiche riguardanti la sessualità.
Una circolare ministeriale di settembre ha successivamente chiarito che l’autorizzazione riguarda soprattutto attività extracurricolari relative all’identità di genere, mentre restano previste attività didattiche su riproduzione, prevenzione delle infezioni sessualmente trasmissibili, rispetto e relazioni.
Eppure, nel dibattito pubblico, l’educazione sessuo-affettiva viene spesso ridotta alle questioni dell’identità di genere e dell’orientamento sessuale, come se ne rappresentassero gli unici contenuti. Una rappresentazione parziale che finisce per oscurare tutto il resto: dalla conoscenza del proprio corpo alla prevenzione delle infezioni sessualmente trasmissibili, dalla parità di genere al riconoscimento delle discriminazioni, fino al rispetto del consenso, dei confini personali e alla costruzione di relazioni sane. Non si tratta soltanto di parlare di sessualità, ma di fornire strumenti per riconoscere e prevenire la violenza, comprendere le emozioni e rispettare l’autodeterminazione altrui.
Per Valditara, la norma tutela il ruolo educativo delle famiglie. Le opposizioni e diverse associazioni impegnate nella prevenzione della violenza contestano invece il rischio di creare ulteriori ostacoli a un’educazione sessuale e affettiva accessibile.
Il paradosso è stato evidenziato anche dall’avvocata e divulgatrice Cathy La Torre, conosciuta sui social come @avvocathy, che ha accostato le nuove disposizioni penali alle restrizioni sull’educazione scolastica.
Eppure l’adolescenza è proprio il periodo in cui si costruiscono strumenti fondamentali per riconoscere il consenso, rispettare i confini personali, comprendere le relazioni e prevenire comportamenti violenti. Competenze che non possono essere ridotte alla sola dimensione biologica della sessualità.
Naturalmente, educazione e responsabilità penale rispondono a finalità giuridiche differenti. Ma il problema politico rimane: quale spazio viene riservato alla prevenzione, accanto a quello destinato alla punizione?
Un adolescente può essere chiamato a rispondere delle proprie azioni. Al tempo stesso, dovrebbe poter ricevere gli strumenti necessari per comprenderne le conseguenze, prima che queste diventino irreparabili.
Perché una società che pretende responsabilità dalle nuove generazioni dovrebbe interrogarsi, con altrettanto rigore, sulle opportunità educative che mette loro a disposizione.


