Nel dibattito pubblico italiano, la figura di Roberto Vannacci ha catalizzato l’attenzione non solo per le sue posizioni sui diritti civili, ma per un metodo comunicativo basato sul richiamo al “buonsenso”. Vannacci propone una visione in cui le sfide complesse del Paese potrebbero essere risolte attraverso un ritorno a una logica di merito, identità e linearità, ignorandone però proprio la loro natura complessa.
Uno dei suoi cavalli di battaglia, in questo senso, è la critica all’attuale sistema pensionistico italiano, spesso descritto come iniquo e privo di una vera meritocrazia. Nelle sue uscite pubbliche, Vannacci dipinge spesso un sistema pensionistico in cui i giovani sono destinati a pagare contributi elevatissimi per ricevere, in futuro, pensioni irrisorie. “Io ho pagato il 20% e ricevo una pensione simile allo stipendio, loro pagheranno il 33% e riceveranno molto meno”, ha dichiarato, fotografando una realtà matematica indiscutibile: il passaggio dal metodo retributivo a quello contributivo ha profondamente mutato le prospettive previdenziali.
Tuttavia, la soluzione da lui proposta, con un ritorno al “merito puro”, ignora un dato normativo fondamentale: il sistema italiano è già, tecnicamente, basato sul metodo contributivo introdotto con la riforma Dini del 1995. Il problema non è la mancanza di “merito” nel calcolo, ma l’eredità di un debito pubblico accumulato decenni fa, che grava oggi su un’economia caratterizzata da stagnazione salariale e bassa produttività. Invocare il “merito” in un Paese dove i salari reali non crescono da trent’anni è una scorciatoia comunicativa che evita di affrontare la vera causa della crisi: l’incapacità del sistema produttivo di generare ricchezza.
Il tema si fa ancora più scivoloso quando si guarda alla posizione personale dell’eurodeputato. Vannacci è in pensione dal comparto Difesa all’età di 56 anni, grazie a specifiche norme che permettono uscite anticipate per il personale militare. Parallelamente, percepisce l’indennità parlamentare da eletto a Bruxelles. Interpellato sulla questione, il generale ha risposto in modo pragmatico: “L’INPS mi ha concesso la pensione, che è un diritto acquisito, e quindi si somma allo stipendio da parlamentare”.
Nulla di illegale, ovviamente. Ma la difesa del “diritto acquisito” entra in rotta di collisione con la sua stessa retorica politica. Mentre denuncia l’ingiustizia di un sistema che permette disparità e che penalizza i lavoratori del settore privato, Vannacci si avvale di quegli stessi meccanismi di protezione da lui criticati.
È innegabile che il sistema pensionistico italiano sia un labirinto burocratico, con delle criticità. Tuttavia, la sfida della sostenibilità previdenziale non si vince invocando un ritorno a un passato meritocratico idealizzato, ma affrontando temi strutturali che il generale evita sistematicamente nei suoi discorsi:
Produttività: Un sistema basato sul contributivo funziona solo se i salari crescono; senza una politica industriale, il sistema è destinato al collasso, merito o non merito.
Equità normativa: Finché esisteranno regimi di uscita differenziati tra pubblico e privato, la retorica dell'”equità” suonerà sempre come un principio teorico valido per gli altri, ma non per chi ha fatto parte dell’apparato.
Proporre invece soluzioni basate esclusivamente sul cosiddetto “buonsenso” è uno strumento di pura propaganda, per intercettare il malcontento dei cittadini e, raggiunto lo scopo elettorale, lasciarli nel baratro di un sistema che, essendo complesso, non può essere affrontato con tanta superficialità.
(in copertina immagine 20 maggio 2026 © European Union)


