Il 28 febbraio 2026 il cielo sopra Teheran si è squarciato in un’esplosione di missili e droni. Per la prima volta nella storia moderna, Israele e Stati Uniti hanno lanciato un’offensiva militare congiunta su larga scala contro l’Iran, alimentando un conflitto che già dal primo missile ha scatenato crisi umanitarie, economiche e diplomatiche. Raid simultanei hanno infatti colpito centinaia di obiettivi, soprattutto basi militari, secondo le autorità israeliane e statunitensi con lo scopo di impedire a Teheran di sviluppare armi nucleari e neutralizzare il suo programma missilistico. La risposta iraniana non si è fatta attendere: migliaia di missili e droni hanno colpito obiettivi militari israeliani e basi statunitensi sparse in tutto il Medio Oriente, e alleati come Hezbollah in Libano hanno riaperto (nel caso si fossero mai chiusi) nuovi fronti di combattimento contro Israele.
Ma dietro le quinte di questo conflitto c’è una realtà ancora più inquietante: una guerra digitale in cui algoritmi e intelligenza artificiale decidono chi colpire e chi no. Come in un episodio di Black Mirror, le macchine sono infatti parte integrante della catena decisionale, suggerendo obiettivi e calcolando possibili rischi in millisecondi.
L’intelligenza artificiale in campo militare analizza immagini satellitari, intercettazioni elettroniche, segnali radar e dati di droni, calcolando in pochi secondi la probabilità che un edificio o un’area sia un obiettivo militare valido. Può generare circa migliaia di suggerimenti al giorno, ordinati per priorità e rischio. Il fattore critico è che però le macchine non comprendono il contesto umano: una scuola vicina a un deposito militare, un ospedale accanto a una caserma, un quartiere residenziale vicino a una base. Basta un solo errore, per scatenare la tragedia.
Uno degli esempi più drammatici di questa dinamica è avvenuto nella scuola femminile Shajareh Tayyebeh a Minab, zona sud dell’Iran. Nei primi giorni del conflitto, un missile (identificato poi come arma statunitense) ha centrato l’edificio durante l’orario scolastico, uccidendo oltre 160 persone, per lo più bambine tra i 7 e i 12 anni. La scuola non era un obiettivo militare, ma era stata inserita nella “lista dei siti da colpire” perché nelle vicinanze un algoritmo aveva identificato una base militare iraniana. Ma la verità è che le immagini e i dati interpretati dalle macchine erano imprecisi o obsoleti.
Quel missile ha distrutto non solo un edificio, ma un’intera comunità: i corridoi pieni di zaini, i quaderni sparsi tra le macerie, le aule vuote dove fino a poche ore prima c’erano delle bambine. Ed è la prova di come l’uso massiccio di algoritmi possa avere conseguenze catastrofiche.
Nonostante la storia, così simile al conflitto in Iraq nel 2003, avrebbe dovuto insegnare qualcosa, appare chiaro che i potenti non si sono stancati di fare guerre, anzi: hanno creato sistemi sempre più raffinati per uccidere. Una razionalità estrema, calcolata, scientifica, a supporto di quell’idea – concretizzata nei campi di concentramento – che la morte possa essere organizzata, pianificata, ottimizzata.


