Cosa è il tokenismo. L’incantevole teatro della falsa inclusione

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Si chiama tokenismo (tokenism), la pratica di includere persone appartenenti a gruppi marginalizzati solo per dare un’immagine di diversità, senza modificare davvero strutture, processi e potere.

Nella letteratura sulla diversità è definito come uno sforzo simbolico e superficiale per mostrare inclusione all’apparenza. Succede nei luoghi di lavoro, nelle associazioni, nei collettivi, nei movimenti politici: l’obiettivo sembra più quello di timbrare il cartellino durante certe ricorrenze, più che la genuina voglia di innescare un cambiamento.



Per molte persone neurodivergenti, come per molte altre categorie marginalizzate, il meccanismo del tokenism è particolarmente violento. Vengono cercate alla vigilia di un evento, lusingate con ruoli in prima linea, spinte sul palco anche quando la loro condizione le porta a preferire posizioni più defilate per non rischiare il sovraccarico sensoriale, molto comune per una persona autistica o adhd. Finito l’evento, torna l’invisibilizzazione: nessuna formazione interna, nessun confronto reale sui bisogni di quella specifica comunità. L’importante è poter dire: “Nel nostro panel c’erano anche loro”.

“Dipingere” di arcobaleno i simboli più disparati in occasione del Pride Month è l’emblema del rainbow washing

Cosa è il tokenismo. Greenwashing, rainbow washing e transfemminismo di facciata

Il tokenism non è un caso isolato, ma fa parte di una più ampia famiglia di pratiche di “lavaggio d’immagine”. Lo vediamo nel rainbow washing di molti brand durante il mese del Pride, quando loghi si colorano di arcobaleno a giugno mentre le stesse aziende non sostengono politiche o economicamente la comunità LGBTQIA+.

Lo vediamo nel greenwashing, quando si comunica un impegno ambientale che non trova riscontro nelle filiere, nei dati e negli investimenti reali; o nel pinkwashing dove il nastro rosa viene strumentalizzato per scopi di marketing ma senza investire in campagne o centri che si occupano dei diritti o della violenza sulle donne.                                                                                 

Una dinamica simile attraversa anche parte del transfemminismo contemporaneo: si aggiunge “trans” a “femminismo”, ma senza coinvolgere davvero le donne trans nei processi e sui palchi. A volte chiamandole solo come quota trans, per mostrare una facciata inclusiva. Poi, finito l’evento, sparisce l’attenzione verso le loro condizioni materiali: l’accesso ai centri antiviolenza che spesso le escludono, le barriere quotidiane, la necessità di un transfemminismo che includa tutte le donne — non solo quelle bianche, abili, cisgender e neurotipiche.



L’alternativa passa da un cambiamento strutturale: coinvolgere stabilmente le persone interessate, riconoscere il loro contributo, ridistribuire risorse e potere. Se il coinvolgimento sostanziale si esaurisce nel volantino o nell’evento, non è coinvolgimento: è teatro.

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