DDL Caccia: il profitto vale più della vita e della biodiversità

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Negli ultimi giorni in Senato si è ripreso a parlare del DDL Caccia (DDL S.1552), presentato e sostenuto politicamente da Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia, e che andrebbe a modificare l’attuale legge 157 del 1992. Tra i punti più rilevanti della riforma c’è la revisione della gestione delle aree protette, che verrebbero ridefinite con maggiore margine di intervento da parte delle Regioni, e una generale flessibilizzazione dei criteri di pianificazione faunistica. In poche parole, si aprirebbe alla possibilità di ridurre gli spazi sottratti alla caccia e di rendere più permeabile il confine tra tutela e attività venatoria.

Immediata è stata la risposta delle associazioni ambientaliste, animaliste e di parte della comunità scientifica. Le criticità non riguardano solo l’impatto sulla biodiversità, già sotto forte pressione in un contesto di crisi climatica e consumo di suolo, ma anche il rischio di una progressiva normalizzazione dell’espansione venatoria in un ecosistema sempre più fragile e ridotto.

Ma perché il governo porta avanti questa battaglia politica?

La risposta è semplice, ma scomoda. La caccia non è soltanto una pratica regolata dallo Stato: è un sistema economico strutturato che coinvolge licenze, indotto territoriale, gestione faunistica, filiere legate alle armi, turismo venatorio e interessi locali consolidati. È un ecosistema che produce valore e che, come tale, viene difeso e mantenuto. Anche quando questo entra in tensione con la tutela dell’ambiente e con una crescente sensibilità verso il benessere animale. Ed è qui che la questione si allarga oltre il DDL. Perché mentre si discute di ampliare o rendere più flessibile la caccia, cresce anche la pressione su altri settori legati allo sfruttamento animale, come quello alimentare. L’espansione dei prodotti plant-based, per esempio, ha aperto un conflitto diretto con l’industria tradizionale, che non riguarda solo il consumo ma anche il linguaggio, la comunicazione e la percezione del mercato. Non è un caso che stiano aumentando le iniziative per limitare o ridefinire le denominazioni dei prodotti vegetali, con l’obiettivo di allontanare il consumatore che vorrebbe sperimentare senza però sentirsi attribuito uno stigma o, per un bias culturale, rifiutare automaticamente prodotti con nomi sconosciuti, che appaiono troppo lontani, troppo poco appetibili.

Nel frattempo, il dibattito pubblico continua a concentrarsi soprattutto su episodi di violenza sugli animali domestici, che generano forti ondate emotive e mobilitazioni simboliche. Il caso della gattina Rosy, vittima di un grave episodio di abuso a Roma, ha suscitato proteste e fiaccolate in diverse città, diventando l’ennesimo catalizzatore di indignazione collettiva.

Eppure è proprio qui che emerge la frattura più evidente. La sensibilità verso la sofferenza animale è reale e crescente, ma si attiva in modo selettivo, spesso solo quando la violenza è individuale, visibile e fuori dalle cornici considerate “normali”. La caccia, invece, resta dentro quella cornice. E questo la rende socialmente accettabile, politicamente negoziabile ed economicamente difendibile. Il nodo cruciale è capire ciò che viene considerato legittimo proteggere e ciò che, invece, continua a essere reso invisibile perché troppo integrato nei meccanismi economici e culturali dominanti. E finché questa distinzione resterà intatta, la violenza non scomparirà e le fiaccolate rimarranno fini a loro stesse.

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