Come visto nel precedente articolo, il Disegno di legge Schillaci–Roccella, noto come DDL Disforia, rischia di trasformare la tutela sanitaria in uno strumento di controllo istituzionale sui corpi e sulle persone trans*, soprattutto minorenni. Dietro il linguaggio tecnico, l’impianto resta quello di una legge che vuole deliberare sulle persone trans ignorando le evidenze scientifiche.
Nelle audizioni del 26 novembre, l’avvocata Roberta Parigiani, presidente del Movimento Identità Trans (MIT), ha smontato il DDL punto per punto. Ha evidenziato che il provvedimento nasce da un presupposto fragile: il governo sostiene di voler colmare un’assenza di dati, ma interviene «senza che il tavolo tecnico abbia di fatto partorito alcuna relazione». Ha denunciato anche l’esclusione sistematica delle associazioni trans dai lavori preparatori.
Accanto al MIT, anche Christian Cristalli di Italia Trans Agenda (ITA) ha ribadito che le associazioni non sono state coinvolte nella stesura del DDL, nonostante intercettino da anni genitori che non trovano risposte istituzionali. Ha anche sottolineato che la scientificità va cercata nelle società mediche e nei dati reali, non nelle narrazioni allarmistiche.
Sul versante opposto, Generazione D, rete di genitori di figli che “desistono dalla transizione”, ha descritto i percorsi affermativi come superficiali: centri presentati come non professionali, diagnosi affrettate e comorbidità ignorate. Una serie di informazioni, però, non dimostrabili: come afferma Parigiani, nel 99% dei casi in Italia i minori che assumono sospensori della pubertà proseguono con l’assunzione di ormoni in un percorso affermativo di genere. Queste madri lamentano che i professionisti non offrano alcuna opposizione all’autodeterminazione dei figli, ma c’è davvero bisogno di un’opposizione trovandoci all’interno di una società che già si pone in contrasto all’esistenza delle persone trans*? Dalle loro testimonianze emergono infatti tentativi di convincere i figli a interrompere i percorsi, riducendo la varianza di genere a disturbo o “contagio sociale”, sminuendo la loro consapevolezza di sé e facendo riferimento a rare de-transition o a logiche di terapie di conversione.

Nell’ultima audizione del 2 dicembre, l’attivista sarda Minerva Uzzau, fondatrice di Trans Support Sassari e parte di ITA, ha richiamato il clima globale di politiche antitrans. Ha ribadito che il compito del legislatore non è complicare i percorsi di affermazione, ma renderli sempre più accessibili e rispettosi della dignità di chi li attraversa.
Durante le audizioni l’on. Morgante ha continuato a chiedere se la disforia di genere fosse “una patologia”, nonostante sia depatologizzata dal 2019 (ICD-11): una domanda che sembra mirare a far cadere in errore chi risponde e suggerire che, se non è un disturbo mentale, allora non servirebbero farmaci o interventi coperti dal SSN. Ma il sistema sanitario eroga già prestazioni non patologiche — dalla procreazione medicalmente assistita ad altri trattamenti legati al benessere — perché la tutela della salute non coincide con la cura delle malattie, come ribadisce anche l’art.32 della Costituzione Italiana. E lo stesso principio vale per i percorsi di affermazione di genere.


