Si respira qualcosa di nuovo nell’aria, qualcosa che non si era mai manifestato con questa forza. Non è una rivoluzione armata, non è una guerra di bandiere: è una rivoluzione di connessioni, di idee che si muovono più veloci dei governi e più solide dei confini. Stiamo parlando della Generazione Z.
Quella dei nati tra la fine degli anni novanta e i primi duemila, che ora ha deciso che non vale più la pena aspettare. Se il sistema non ascolta, lo cambiano. Se non funziona, lo riscrivono.
Negli ultimi mesi il mondo ha assistito a un’ondata di proteste che porta una firma precisa.
In Perù, ragazzi e ragazze sono scesi in piazza contro un Congresso percepito come corrotto e immobile, chiedendo elezioni anticipate e giustizia per le vittime delle repressioni.
In Marocco, migliaia di under 30, riuniti sotto il nome di Gen Z 212, hanno sfidato un sistema che investe milioni per ospitare i Mondiali di calcio ma dimentica istruzione e lavoro.
Infine in Nepal, un movimento di studenti e giovani lavoratori — connessi via Telegram, TikTok e forum online — ha dato vita alla prima vera “rivoluzione digitale” del paese, contro la censura e la corruzione di un governo sempre più distante.
Tre luoghi diversi, un’unica costante: la consapevolezza
La Gen Z non protesta solo per il proprio futuro, protesta per il presente. Una generazione cresciuta tra crisi climatiche, epidemie, guerre, e un’economia che non garantisce più nulla. Ha imparato presto che la sicurezza non è un diritto, ma una conquista.
E allora si organizza, crea reti, costruisce start-up. Oggi migliaia di giovani fondano imprese tecnologiche, spesso in settori un tempo impensabili per la loro età: cybersecurity, droni, intelligenza artificiale, biotech. Alcuni di questi progetti hanno persino applicazioni militari o umanitarie.
Per loro, innovare non significa solo fare business, ma occupare spazi di potere prima che qualcuno glieli tolga.
C’è un altro aspetto che merita attenzione: la Gen Z non si limita a contestare, ma sta costruendo anche una nuova etica del potere. In un mondo dove le crisi sembrano susseguirsi senza tregua — dalla guerra in Ucraina all’instabilità in Medio Oriente, fino alla disinformazione digitale — questi giovani hanno capito che il vero terreno di battaglia non è più solo quello politico, ma quello tecnologico e valoriale.
Da qui nasce una generazione di attivisti-imprenditori che mescola idealismo e pragmatismo: start-up che sviluppano sistemi per la difesa informatica democratica, piattaforme che denunciano la corruzione, progetti di economia circolare pensati non per arricchire pochi ma per creare reti di resilienza.
È questa la dimostrazione che, per la Gen Z, il cambiamento non passa più solo per la protesta di piazza ma per la creazione di alternative concrete, fondate su una logica collettiva.
In questo senso, il loro impatto politico non si misura solo nel rumore che fanno, ma nella capacità di proporre soluzioni e di farlo con un linguaggio che unisce scienza, empatia e responsabilità sociale.
Rispetto ai Millennials, la Gen Z è meno disposta a chiedere permesso
Markus Spiske)
La Gen Z è una generazione più diretta, meno ideologica, ma anche più fragile. Vive l’ansia del “tutto e subito”, l’urgenza di cambiare ciò che non va, anche senza un piano preciso per dopo. È la generazione dei “doers” — termine inglese che starebbe a indicare coloro che fanno — e non dei sognatori: Se una piattaforma non funziona, la riprogetteranno da zero. Se la politica non li rappresenta, la cambiano.
Non si tratta solo di protesta. È una nuova forma di cittadinanza, più fluida, globale, interconnessa. La Gen Z ha capito che il mondo non si cambia solo nelle urne, ma anche su Discord, su Reddit, nelle start-up e nei campus universitari. Il potere oggi si costruisce anche attraverso le reti digitali e la comunicazione.
Eppure non è tutto oro
La stessa velocità che li rende efficaci rischia di renderli instabili. Molte delle loro rivoluzioni nascono online e finiscono nel disincanto, lasciando spazi vuoti che i populismi riempiono con facilità. dietro questa energia rivoluzionaria, si nasconde anche un senso di fragilità collettiva.
Questa generazione ha sperimentato in maniera tangibile quanto la psiche umana sia di primaria importanza e, come anche il corpo, abbia bisogno di essere salvaguardata e non solamente bombardata di informazioni eppure continua a credere nel futuro — anche se un futuro diverso da quello promesso.
Forse è proprio questa la loro forza: la capacità di trasformare l’incertezza in azione, la paura in impegno. In un mondo che ha spesso tradito la parola data, i giovani di oggi stanno scrivendo un nuovo patto con la realtà, più onesto, più duro, ma anche infinitamente più umano.
Osservando questi ragazzi, non si può non provare ammirazione
Non hanno paura della complessità, non temono l’incertezza. E forse è proprio questa la chiave: dove la generazione precedente vedeva caos, loro vedono possibilità.
E mentre noi discutiamo ancora di riforme, loro — in Perù, in Marocco, in Nepal, e anche qui in Europa — stanno già costruendo il dopo. Con rabbia, con lucidità, ma soprattutto con una determinazione che ha il sapore di chi non ha più nulla da perdere ma nemmeno nulla a cui rinunciare.
E anche se non importa ai più, loro lo stanno già facendo. Stanno cambiando le carte in tavola, tra il codice di un’app, un raffazzonato articolo su un giornale e un corteo sotto la pioggia.


