Negli Stati (dis)Uniti d’America il corpo non conforme è diventato un bersaglio politico. Da quando Donald Trump è tornato alla Casa Bianca, il Paese è un laboratorio di repressione: tagli alle cure di affermazione di genere, divieti nei bagni, esclusione dall’esercito. Trump Jr. arriva a dire che le persone trans sono terroristi più pericolose di Al Qaeda. Dalle aule di governo ai talk show, la retorica del “panico morale” costruisce un nuovo nemico interno. E mentre la propaganda cancella la “T” dalle sigle ufficiali, le associazioni queer resistono con reti di mutuo soccorso, sportelli legali e comunità che scelgono la sopravvivenza collettiva come forma di lotta. Ma la persecuzione non è solo giuridica: è culturale. In aumento i controlli sui bagni pubblici, spesso scambiando persone cisgender (non trans) per transgender, negli aeroporti i documenti con marker “X” vengono assegnati “M” o “F” sulla base di stereotipi di genere, mentre nei media si normalizza la disinformazione scientifica e si alimenta la paura verso chi “attraversa i generi” o infrange le rigide divisioni binarie, smascherando l’inganno di retoriche patriarcali costruite per mantenere il controllo sui corpi.
Nel Regno Unito, la sentenza supportata da For Women Scotland ha sancito che per l’Equality Act il “sesso” coincide solo con quello biologico alla nascita, svuotando di senso il riconoscimento legale dell’identità di genere. Le persone trans* si ritrovano così in una “terza categoria” giuridica, prive di piena tutela, mentre le aggressioni nei bagni pubblici aumentano. È l’effetto più evidente di una politica che trasforma la legge in strumento di esclusione e che, nel nome della “protezione delle donne”, legittima la violenza contro chi non rientra negli standard di genere.
Il panico trans. E in Italia?
In Italia, la stessa logica si ripete e la destra costruisce consenso patologizzando le persone trans* più di quanto non lo siano già. Dalla censura dell’educazione sessuale al ddl Schillaci-Roccella sui farmaci per la disforia di genere. Eppure, fuori dal palazzo, la società si muove in direzione opposta. Secondo il Diversity Media Report 2025, il 62% della popolazione percepisce una maggiore visibilità dei temi legati all’inclusione e il 58% dichiara di essere più consapevole rispetto a dieci anni fa, e tra lə giovani la percentuale sale al 66%.
È un segnale di resistenza: mentre la politica prova a riscrivere i corpi, l’informazione e la cultura collettiva continuano a ricucire la realtà.
(in copertina grafica concessa Daniela Noel)


