Il voto di ieri, 3 novembre 2026, lascia un segno profondo sulla politica americana e assesta un colpo durissimo al secondo mandato di Donald Trump. Le urne hanno consegnato un verdetto chiarissimo: un netto ribaltamento delle maggioranze sia alla Camera che al Senato, finite entrambe sotto il controllo dei Democratici. Per la Casa Bianca si apre ora una fase del tutto nuova, complicata e in salita, con un Congresso interamente in mano all’opposizione per i prossimi due anni.
Ciò che rende questa sconfitta davvero bruciante per il Partito Repubblicano non è solo il risultato generale, ma dove è arrivata la sconfitta. L’ondata democratica non si è fermata ai classici Stati in bilico (i cosiddetti swing states), ma ha fatto breccia in roccaforti storicamente conservatissime. Dai seggi del Senato in Texas e Kansas fino a diverse contee rurali dove il partito democratico non vinceva da generazioni, il voto si è trasformato in una vera e propria protesta trasversale contro la linea della presidenza: segno di un profondo malcontento generale e diffuso negli States.
È una svolta che lo stesso Trump in fondo temeva. Già a inizio anno, durante un’intervista rilasciata a Reuters, si era lasciato sfuggire tutta la sua insofferenza per questo appuntamento elettorale, arrivando persino a dire, con una battuta poi frettolosamente ridimensionata dal suo staff, che dopo tutto quello che aveva fatto “non si sarebbe nemmeno dovuto votare”.
Le elezioni, però, si sono fatte eccome. E dal prossimo 3 gennaio, quando il nuovo Congresso si insedierà a Washington, le cose per la Casa Bianca cambieranno in modo radicale. Donald Trump resterà ancora il Presidente degli Stati Uniti per altri due anni, manterrà i suoi poteri esecutivi e potrà usare il diritto di veto sulle leggi sgradite; tuttavia, qualsiasi sua proposta o disegno di legge dovrà necessariamente ottenere il gradimento delle maggioranze democratiche in entrambe le Camere. E il terreno di scontro si sposterà principalmente sulla gestione delle risorse finanziarie e sulla politica di bilancio: sebbene le risorse già stanziate e i programmi definiti dalle leggi in vigore proseguiranno regolarmente, ogni nuovo provvedimento di spesa, ogni richiesta di fondi integrativi o rinnovo delle leggi di bilancio si trasformerà in una trattativa serrata con i leader democratici.
Ciò produrrà effetti diretti anche sulla politica estera e sull’impiego della forza militare. Nel corso degli ultimi mesi la Camera aveva già approvato a larga maggioranza tre distinte risoluzioni per chiedere la cessazione delle operazioni belliche in Iran, votazioni che tuttavia non richiedevano la firma del Presidente e la cui base giuridica era contestata dall’amministrazione. Con il nuovo Congresso, invece, la maggioranza democratica disporrà dello strumento più efficace per incidere, ossia il rubinetto dei finanziamenti.
Il verdetto delle Midterm 2026 risuona così come l’inizio del crepuscolo politico per l’uomo che ha ridefinito la destra americana negli ultimi dieci anni: tra un Congresso ostile e la certezza costituzionale di non potersi ricandidare nel 2028, l’era di Donald Trump al centro della scena politica statunitense si avvia inesorabilmente verso il suo atto finale.

