Cosa resta della cultura quando smette di essere uno spazio di libertà, confronto e coscienza critica per trasformarsi in uno strumento di propaganda politica? Nel 2026, questa domanda non è più teorica, ma rappresenta una delle contraddizioni più evidenti del nostro tempo. Biennale d’arte di Venezia, Eurovision passando per le Olimpiadi e altri grandi manifestazioni sportive o artistiche che si trovano sempre più spesso schiacciate tra la loro vocazione universale e l’utilizzo strategico che governi, regimi e potenze esercitano su di esse per costruire consenso, ripulire reputazioni o consolidare narrative ideologiche.
Il caso dell’atleta ucraino Vladyslav Heraskevych alle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina è emblematico. La sua squalifica, maturata per aver mostrato simboli commemorativi dedicati agli sportivi e ai bambini ucraini uccisi dall’aggressione russa, ha rappresentato molto più di una controversia regolamentare. In nome della neutralità olimpica, il Comitato Olimpico Internazionale ha scelto di colpire chi ricordava le vittime, piuttosto che affrontare il peso morale del contesto geopolitico. Una decisione che, agli occhi di molti osservatori, ha finito per trasformare il principio di neutralità in una forma di rimozione politica, dove il silenzio sulle atrocità favorisce indirettamente l’aggressore.
Questo episodio si inserisce in una lunga tradizione di eventi globali piegati alla propaganda. Dalle Olimpiadi di Berlino del 1936, utilizzate dal regime nazista come vetrina di superiorità politica, fino a Sochi 2014, dove la Russia cercò di consolidare la propria immagine internazionale pochi giorni prima dell’escalation aggressiva verso l’Ucraina, lo sport si conferma vulnerabile alla manipolazione simbolica.
Il medesimo schema si era già manifestato con straordinaria evidenza durante i Mondiali di calcio in Qatar 2022. Dietro l’immagine di progresso, innovazione e dialogo internazionale, emerse con forza la realtà di migliaia di lavoratori migranti sfruttati, privati di tutele fondamentali e spesso deceduti nella costruzione delle infrastrutture del torneo. Le denunce di Amnesty International e Human Rights Watch misero in luce come un evento celebrato da miliardi di spettatori fosse stato costruito anche sul costo umano dell’invisibilità sociale. Questa invisibilità di cui si è tornati a parlare anche per il MetGala negli Stati Uniti, quest’anno finanziato principalmente dal magnate Jeff Bezos sulle spalle di centinaia di migliaia di lavoratori dell’ ecosistema di aziende Amazon. In quel caso, il calcio globale divenne il volto scintillante di una narrazione che rischiava di oscurare le profonde violazioni dei diritti dei lavoratori.
Quest’anno abbiamo invece assistito alla Biennale di Venezia più vergognosa da tanto tempo a questa parte che ha rappresentato un ulteriore terreno di scontro. La controversa partecipazione di figure considerate propagandiste e figli di oligarchi che finanziano direttamente la macchina bellica del Cremlino, in un momento in cui la russia non cessa gli attacchi diretti a infrastrutture civili dell’Ucraina e dalle accuse internazionali di crimini di guerra, ha sollevato interrogativi profondi sul rapporto tra libertà artistica e responsabilità politica. L’arte può davvero essere neutrale quando viene utilizzata come estensione culturale di sistemi repressivi? Oppure rischia di diventare uno strumento sofisticato di legittimazione internazionale?
Anche l’Eurovision 2026, storicamente presentato come simbolo di inclusione e cooperazione culturale, è stato travolto dalle polemiche. La partecipazione di Israele nel pieno delle accuse internazionali legate alla guerra a Gaza, insieme alle contestazioni sul ruolo geopolitico dell’evento, ha mostrato ancora una volta come nemmeno la musica popolare possa più sottrarsi al peso delle crisi globali. In questi contesti, l’apparente apoliticità diventa spesso una maschera fragile. E lo slogan “Uniti dalla musica” ci lascia l’amaro in bocca in uno scenario come quello globale odierno.
La questione centrale non risiede nel negare la forza universale della cultura, ma nel riconoscere quanto facilmente essa possa essere trasformata in soft power, propaganda o distrazione strategica. Regimi autoritari, politici in crisi reputazionale o grandi potenze comprendono perfettamente il valore simbolico degli eventi culturali globali: controllare la narrazione significa spesso influenzare la percezione internazionale più efficacemente di qualsiasi dichiarazione diplomatica.
Quando lo sport, l’arte o la musica smettono di interrogare il potere e iniziano a proteggerlo, il danno non riguarda soltanto la credibilità degli eventi, ma il ruolo stesso della cultura nelle società contemporanee. In un’epoca in cui la propaganda si muove sempre meno attraverso strumenti esplicitamente coercitivi e sempre più tramite immagini, simboli e consenso emotivo, preservare l’autonomia etica degli spazi culturali diventa una necessità democratica.
Perché se la cultura rinuncia alla propria funzione critica e si limita a decorare il potere, smette di essere coscienza collettiva. E in quel momento non stiamo più assistendo a un semplice spettacolo globale, ma a una normalizzazione sofisticata della manipolazione.


