Dazi USA: l’Italia e l’illusione dell’amico Trump

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La frattura interna al blocco euro-atlantico si fa ogni giorno più evidente. Il motivo stavolta ruota attorno alla politica dei dazi, fortemente voluta e portata avanti da Donald Trump, che ha riaperto negli ultimi giorni le tensioni tra Washington e Bruxelles. 

Già dall’aprile 2025 la Casa Bianca ha annunciato un pacchetto di tariffe generalizzate che ha segnato un salto di qualità nella strategia commerciale americana: 10% su tutte le importazioni, 20% sui prodotti provenienti dall’Unione europea, 34% su quelli cinesi, oltre alla conferma del 25% sulle auto straniere. Nei mesi successivi sono arrivati ulteriori rincari su acciaio e alluminio, fino al 50%. In pochi mesi la media tariffaria statunitense è balzata ai livelli più alti da oltre un secolo. 

Una logica, quella trumpiana, che non è semplicemente protezionista nel senso più puro del termine: nella visione di Trump, il surplus commerciale di un partner corrisponde infatti ad uno squilibrio di potere politico che va necessariamente corretto. E lo strumento di correzione indicato è proprio il dazio, che assume così il valore di un’arma volta a ridefinire i rapporti di forza, costringendo gli alleati e i competitors ad accettare condizioni commerciali più favorevoli per gli USA. 

Uno strumento che, per un’economia orientata all’export come quella italiana, rappresenta un problema concreto. Sebbene infatti nel 2025 l’economia del nostro paese abbia resistito all’urto, il colpo di scena istituzionale interno agli USA potrebbe scatenare la furia Trumpiana. 

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Dopo che il 20 febbraio la Corte Suprema ha stabilito che l’uso dell’International Emergency Economic Powers Act per giustificare tariffe così estese eccedesse i poteri presidenziali, sentenziando dunque lo stop dei dazi, Trump ha ricorso ad altre basi legali per introdurre un nuovo dazio globale del 15%, formalmente temporaneo (150 giorni) ma politicamente chiarissimo. La linea statunitense resta quella di esercitare una pressione commerciale sistematica, oltre ogni presunto rapporto di simpatia. 

In seguito alla notizia, il ministro degli Esteri italiano, Tajani, ha invocato chiarezza,ribadendo la necessità di tutelare il sistema imprenditoriale. Ma oltre le dichiarazioni, non si intravede una strategia autonoma. Non a caso, attualmente, la premier Giorgia Meloni non si è pronunciata sulla questione. 

L’impressione è che da Roma si continui a confidare in un rapporto politico privilegiato con Washington. Ma nella scacchiera commerciale americana non esistono amici: esistono interessi e, in una partita giocata a colpi di dazi, l’Italia rischia di scoprirsi tutt’altro che un’alleata speciale, bensì una pedina come le altre.

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