Askatasuna significa libertà ma il silenzio della politica racconta altro

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Dopo la notte tra il 31 gennaio e il primo febbraio Torino si è svegliata diversa. Non solo per i cassonetti bruciati, le vetrine infrante o le strade presidiate dalle forze dell’ordine, ma per una frattura che covava da tempo e che è esplosa con violenza. Gli scontri legati alla vicenda del centro sociale Askatasuna non sono stati un episodio isolato né una semplice “notte di guerriglia”, come qualcuno ha frettolosamente liquidato. Sono stati il punto di collisione tra istituzioni, repressione e una parte di città che da anni si sente espulsa dagli spazi di partecipazione.

La manifestazione, nata per contestare lo sgombero di uno dei luoghi simbolo dell’attivismo torinese, ha visto arrivare in città migliaia di persone. Accanto a chi voleva semplicemente manifestare dissenso, si sono inseriti gruppi determinati allo scontro. Le immagini dell’agente aggredito con un martello, delle cariche, dei lacrimogeni e delle decine di feriti raccontano una violenza reale, grave, che non può essere giustificata né banalizzata.

Lo stato ha il dovere di garantire sicurezza, purtroppo le aggressioni alle forze dell’ordine restano inaccettabili.

Fermarsi qui, però, significa perdere di vista il quadro più ampio. Askatasuna, al netto delle polemiche e delle responsabilità giudiziarie, per molti non era solo un centro sociale: era uno spazio di aggregazione, mutualismo, cultura e conflitto politico. La sua chiusura ha lasciato un vuoto che non è stato colmato, e quel vuoto si è trasformato in rabbia. Rabbia che, quando non trova canali di ascolto, si radicalizza e diventa terreno fertile per lo scontro.

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Quello che Torino ha mostrato in questi giorni non è solo un problema di ordine pubblico, ma una domanda irrisolta di spazi, riconoscimento e futuro. Ignorarla, riducendo tutto a cronaca nera, significa preparare il terreno per nuove fratture. Affrontarla, invece, richiede coraggio politico, capacità di ascolto e la volontà di ricostruire legami prima che siano definitivamente spezzati.

Ci auspichiamo che da questa vicenda non scaturiscano solo misure sommarie come l’inasprimento di reati già esistenti o, peggio, la schedatura di chiunque manifesti pacificamente con l’utilizzo di software di riconoscimento facciale, come sta già succedendo negli stati uniti con le forze federali ICE, ultra fedeli di un sistema voluto dal presidente D.J Trump. Non facciamolo succedere.

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