All’alba dell’anno nuovo, Donald Trump ha messo subito in atto i suoi buoni propositi: è così che Gennaio 2026 passerà alla storia come il mese in cui la politica estera statunitense ha mostrato con chiarezza la propria traiettoria. Donald Trump ha reso esplicito che gli Stati Uniti non intendono più limitarsi a guidare l’ordine internazionale, ma a riconfigurarlo in senso gerarchico, rivendicando sfere di influenza, strumenti coercitivi e libertà d’azione unilaterale. È in questo contesto che prende forma la cosiddetta Dottrina “Donroe”, così denominata dallo stesso Trump: una rilettura aggressiva e personalizzata della Dottrina Monroe, che segna una rottura profonda con il multilateralismo post-Guerra Fredda.
La politica estera dell’amministrazione trumpiana racchiusa nello slogan “American First” ha fatto un passo oltre persino al “Make American Great Again”, con una svolta che supera le politiche di protezionismo e di ritiro selettivo dagli impegni internazionali. Ad oggi, sarebbe più giusto infatti parlare della svolta “American Dominant”: una visione in cui gli Stati Uniti si impongono come superpotenza esclusiva, legittimata a intervenire, condizionare e dettare le proprie scelte nelle aree considerate strategiche.
A differenza della Dottrina Monroe dell’Ottocento, che mirava a escludere le potenze europee dall’emisfero occidentale, la sua versione contemporanea amplia l’orizzonte: l’emisfero americano resta centrale, ma l’interesse statunitense si estende all’Artico, alle rotte energetiche e ai nodi commerciali in cui la competizione con Cina e Russia può essere regolata tramite rapporti di forza diretti. La Strategia di Difesa Nazionale 2026 formalizza questo approccio, riducendo il peso della cooperazione multilaterale e spingendo gli alleati, quindi specialmente i paesi europei, a farsi carico della propria sicurezza.
Il primo test di prova concreto della Dottrina Donroe è stato il Venezuela. L’operazione che ha portato alla caduta di Nicolás Maduro non è solo un evento regionale, ma un segnale strategico globale. Washington ha giustificato l’intervento con la lotta al narcotraffico e alla criminalità transnazionale, ma ben presto lo stesso Trump ha reso chiaro che la posta in gioco è più ampia: controllo del petrolio venezuelano da parte degli USA, riduzione dell’influenza russo-cinese nell’area e riaffermazione dell’egemonia statunitense nelle zone definite come “cortile di casa”. L’operazione trumpiana in Venezuela è il primo caso di questo 2026 che dimostra che l’uso della forza è tornato uno strumento legittimo della politica estera statunitense, oltre ogni limite e nel totale rifiuto del diritto internazionale.
Ma le mire neo-imperialiste di Trump non si sono fermate in Venezuela: hanno invece puntato la traiettoria sulla Groenlandia. L’isola artica, territorio autonomo sotto sovranità danese e parte integrante dell’architettura NATO, rappresenta una scelta strategica non trascurabile: è, infatti, sempre più centrale per rotte commerciali, risorse naturali e competizione militare. La risposta europea è stata ferma sul piano simbolico, ribadendo il concetto di “sovranità nazionale”, ma quasi nulla sul piano operativo. A rincarare la pressione sull’Europa è stato l’inizio di una serie di minacce di dazi del 25% contro paesi europei da parte di Trump: una sorta di coercizione economica contro quelli che, ormai, non sono più considerabili alleati degli USA, bensì pedine o, in caso di mancata sottomissione, nemici.
Questa nuova postura statunitense nei confronti dell’Europa è apparsa sempre più evidente durante il World Economic Forum, tenutosi a Davos (Svizzera) dal 19 al 23 gennaio.
In quest’occasione, mentre i leader europei hanno sottolineato la necessità di stabilità, sicurezza e rispetto delle norme internazionali, Trump ha messo in discussione l’intero sistema, proponendo una discussione immediata per l’acquisizione della Groenlandia, minacciando in maniera neanche troppo velata che la sua amministrazione avrebbe ricordato quali paesi europei si sarebbero opposti.
Quello che è successo a Davos è un incrinamento totale dei rapporti paritari tra potenze storicamente alleate: non c’è più un ordine condiviso, ma un ordine basato sul principio di forza. Un ordine in cui l’Europa non è più il partner strategico dell’egemonia americana, ma il suo bersaglio vulnerabile.
Ed è qui che si inserisce il lancio del Board of Peace ad Abu Dhabi. Formalmente presentato come un organismo internazionale per facilitare la pace e la ricostruzione nelle aree di conflitto, il Board nasce soprattutto come strumento associato all’accordo di cessate il fuoco e alla fase di transizione post-guerra nella Striscia di Gaza.
Tuttavia, la natura e la struttura dell’organizzazione lo rendono molto diverso da una normale istituzione multilaterale: la carta costitutiva prevede che Donald Trump resti permanente, anche dopo la fine del suo mandato presidenziale, la partecipazione è determinata dal presidente del Board stesso, non da un processo multilaterale con pari diritti tra gli Stati, gli stati che vogliono una posizione permanente devono contribuire con 1 miliardo di dollari, altrimenti la partecipazione resta temporanea (triennale). In pratica, più che una organizzazione multilaterale con regole condivise, il Board assomiglia a un club privato geopolitico ad adesione ristretta in cui conta soprattutto chi ha risorse, potere politico e accesso alle sedi decisionali determinate da Washington, che in prospettiva, potrebbe sostituirsi o sovrapporsi all’ONU.
Quello che si è verificato è uno spartiacque storico nel blocco occidentale e, per l’Europa, il bivio è ormai evidente: accettare una posizione subordinata in un ordine dominato da Washington oppure provare a costruire un’autonomia strategica reale.


